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Editoriale Percorsi
​Cari Soci,

Ho conosciuto Sergio Marchionne all’inizio del giugno 2004 quando ero in Fiat Auto (allora si chiamava così). La situazione era terribile da tempo, eravamo sfduciati, disuniti, incapaci di promuovere azioni e prendere decisioni. Team di consulenti analizzavano, proponevano iniziative senza una regia interna e con una dispersione di tempo incontrollabile. Si lavorava giorno e notte con angoscia, sotto una pressione fortissima, ma senza risultati. Più volte pensai di andarmene.
 
All’inizio fu diffcile, eravamo diffidenti, agitati da sensi di colpa per aver creato una situazione grave. Cercavamo giustifcazioni e colpevoli fra chi non c’era più. Non avevamo l’abitudine di parlare chiaro.
Il Dottore fu rude e deciso. Ci disse chiaro che se le cose non funzionavano era colpa dei manager, pretese chiarezza e sincerità. Mise al bando le riunioni rituali, le presentazioni sofisticate: dovevamo lavorare in squadra, pancia a terra e chi non se la sentiva era fuori. Analizzò con meticolosità ogni aspetto, “entrò” nei numeri come non avevo mai visto fare scoprendo immediatamente che cosa signifcavano.
 
Durante le riunioni, che duravano ore e notti, si definivano azioni e venivano assegnati i compiti.
Le cose dovevano essere fatte “alla velocità della luce”. Bisognava “distruggere” per ricostruire, la flosofa dell’aggiustare e rimandare era morta. Ognuno, al di là del proprio ruolo, doveva aiutare gli altri per il fne comune. 
Quell’approccio, non certo tenero, col passare dei mesi diede a me ed agli altri coraggio: per la prima volta vedevamo un po’ di luce. Si creò fra le persone una solidarietà che non avevo mai visto. Cominciarono ad arrivare i risultati, mi sembrava un miracolo. 
Il primo trimestre con risultato positivo, dopo anni di perdite, fu un momento importante dopo tanta angoscia. Marchionne diede a ciascuno di noi un portachiavi con il marchio Fiat e con inciso sul retro “un rêve pour vivre”.
 
Con il Dottore si condividevano anche momenti fuori dall’ufficio, anche se in realtà si continuava a ragionare di lavoro. Ma questo avveniva informalmente, magari a tarda sera in pizzeria (per i ristoranti era troppo tardi…) o giocando a carte in aereo. E si riusciva anche a scherzare, un’atmosfera ben diversa da come eravamo stati abituati a vivere in precedenza.
Pur preso dalle tante cose a cui pensare, Marchionne prestava attenzione anche alla nostra vita privata, chiedeva della famiglia, dei fgli. Più volte mandò dei fiori a mia moglie con un biglietto per scusarsi di avermi trattenuto a lavorare in occasione di varie festività.
Saputo che mia figlia studiava arte, le inviava per Natale libri di storia dell’arte e cataloghi. Anche i miei si “abituarono” a questo Capo che non era una presenza astratta e irraggiungibile, ma uno come noi. Mi dicevano: “dovrebbe lavorare di meno…”  “non deve fumare tanto!”.
Quando mia fglia si sposò, viveva all’estero, mi stavo organizzando per partecipare al matrimonio prendendo qualche giorno, con molta angoscia dati i problemi. Lo venne a sapere e mi disse: “Diego non si faccia vedere per una settimana!”. E il giorno del matrimonio le fece recapitare, con incredibili peripezie, un regalo.
Negli ultimi anni lo incontravo di meno, ma sapevo che era lì e mi bastava.

Quanto è successo mi pare ingiusto e tanto triste, quasi che a lui non potesse accadere una cosa simile. Mi rimane la consolazione di aver conosciuto una persona eccezionale anche dal punto di vista umano e di aver avuto il privilegio di lavorare per lui per 14 anni.
Lo ricorderò con grande affetto ed ammirazione per sempre.
 
Diego Pistone